Gascoigne all’ultimo atto Fermato per disturbi mentali

«È pericoloso», ricoverato dopo gli incidenti in hotel

LONDRA «Ho speso quasi tutti i miei soldi in alcol, donne e macchine veloci. Gli altri, li ho sprecati». George Best raccontava così la sua vita vissuta pericolosamente. Paul Gascoigne, che ha buttato via il suo talento come e forse più di Best, di sterline non ne ha sprecata nessuna. Le ha bevute tutte.

Si chiama Mental Health Act ed è la legge sulla salute mentale che permette alla polizia inglese di fermare e portare in un posto «di pubblica sicurezza » le persone che presentano sintomi di disturbi psichici e possono rappresentare un pericolo per l’incolumità pubblica. È questo il motivo per cui Gascoigne è in un ospedale, e non in carcere, dopo due diversi incidenti avvenuti in due alberghi del Nord dell’Inghilterra. La cronaca è una mera ripetizione di tante altre: prima all’Hotel Malmaison di Newcastle e poi all’Hilton Hotel di Gateshead è stato notato un quarantenne «che si comportava in maniera turbolenta con altri ospiti». La prima volta l’ha aiutato la sorella, portandolo via. La seconda è intervenuta la polizia. Gascoigne resterà per 72 ore in ospedale, dove sarà tenuto sotto controllo medico.

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C’è un profilo inglese, in questa storia, che lega la vita di Gascoigne a quelle di altre star del pallone e della musica: George Best; Tony Adams, ex capitano dell’Arsenal, che ha passato anni a combattere la dipendenza dall’alcol e poi ha aperto una clinica per disintossicare colleghi ed ex colleghi; Keith Moon, il batterista degli Who, che entrò in una piscina al volante di una macchina; Ami Winehouse, la nuova Aretha Franklin, che sta distruggendo il suo talento con la droga. E lunghissima sarebbe la lista, come se calcio e rock, gli unici due settori di guadagno lasciati alla working class, non potessero mai redimere dalla nascita. Puoi diventare ricco, con il tuo talento, non potrai liberarti del tuo passato se il soprannome del tuo miglior amico, Jimmy, è Fivebellies, Cinquepance, con riferimento a quanta birra può starci.

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Gascoigne è stato un’opera d’arte da ammirare il sabato pomeriggio, allo stadio. Per il resto della settimana diventava un esempio di quell’inglese «da pub» di cui la upper class britannica si vergognava. Billy Bragg, un musicista davvero della working class, l’ha descritto in The Few, una canzone sugli hooligans «che pisciano nelle fontane per esprimere il loro orgoglio nazionale. Ma cosa conoscono dell’Inghilterra, loro, che conoscono soltanto l’Inghilterra?». E da lì, nella carriera di Gascoigne, discendono i rutti nel microfono dell’intervistatore, i calzoncini calati all’avversario, le sbronze prima e dopo la partita. Forse anche nell’intervallo.

C’è poi un profilo che non ha nazionalità, se non in quella parte oscura del nostro cervello dove abitano il genio e la pazzia. Bobby Fisher, l’americano che fece conoscere gli scacchi a tutto il mondo, è appena morto, in Islanda, lontano da tutti e lontano da una parvenza umana. Aveva la barba di un eremita. Parlava di un complotto degli Stati Uniti contro la sua persona. Lui, di madre ebrea, farneticava come fosse un neonazista. In una parola: era impazzito. Come se il confine tra gioco e vita non esistesse più. E questa è la fine che rischia di fare Gascoigne. Un genio. Un pazzo. Un uomo perduto.

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