Foto «choc», tra scandalo e perversione

Da mercoledì sera al Pac le opere controverse di Joel Peter Witkin
e Jan Saudek, due sguardi diversi (e irriverenti) sull’umanità

Witkin e Saudek? Sebbene stravisti nelle gallerie milanesi, il sindaco Letizia Moratti li ha considerati un piatto troppo forte per Palazzo Reale, salotto borghese dell’arte cittadina. Ma per evitare che si tornasse a parlare di Milano come di città bigotta e sessuofobica (come dopo l’annullamento della mostra sull’arte omosessuale) si è raggiunto un compromesso: la sede più defilata del Pac, già usata per accogliere i graffitari e i pittori figurativi nazional-popolari. Un tempo vetrina del contemporaneo più sofisticato, il Pac si sta trasformando in soffitta sessantottina per indesiderati e reietti. I tempi cambiano: Palestro fa meno chic del Duomo.

La religiosità del newyorchese. A uno sguardo superficiale Joel Peter Witkin e Jan Saudek possono sembrare simili, eppure sesso e morbosità non bastano a mettere a confronto i due fotografi che, al contrario, stanno insieme come il diavolo e l’acqua santa. Tanto Saudek è cinico («mi trovo con un tale reale disprezzo per i valori morali», scrive in un’autobiografia), altrettanto Witkin ha una religiosità sorretta da una pietas profonda per i soggetti che fotografa: «Fare l’artista è il lavoro più difficile dopo quello del prete: entrambi devono convogliare le loro energie spirituali in quelle del pubblico», dice. Quanto Saudek ha in spregio la vita, tanto Witkin al contrario dichiara: «Sono felice di vivere e posso aspettare a morire anche se credo con tutto il mio cuore di essere cittadino di un mondo migliore nell’aldilà». Ma, soprattutto, a dividerli, c’è il fatto che Witkin detesta Saudek: «Non è una persona responsabile e approfitta della gente. All’inizio il suo lavoro era interessante, ma ora è come “Playboy”, solo una questione di sesso». A vederlo, Witkin è un affabile signore americano di 69 anni che porta al polso un orologio con Topolino, eppure ha esordito fotografando i «Mostri» del circo di Coney Island e dagli anni ’70 si dedica a cadaveri, persone deformi, transessuali, mutilati, nani. Insomma alle anormalità sia fisiche che sessuali, ai corpi interi e ai suoi singoli pezzi messi insieme in dotte citazioni dalla storia dell’arte. Lui, però, dichiara che il suo sguardo è d’amore: «Lavorare con i morti non è una bizzarria, ma un atto sacro. Siamo tutti destinati a morire per iniziare a vivere nell’eternità».
Il cinismo del praghese. Sfrontato e irriverente, bizzarro e barocco, ironico e drammatico, gli aggettivi per Jan Saudek si sprecano e ognuno di noi osservando le sue immagini ha reazioni diverse, ma su un punto tutti devono essere d’accordo: il suo lavoro è unico nel panorama della fotografia. Nato a Praga nel 1935 in una famiglia benestante, con l’occupazione nazista il padre viene deportato in campo di concentramento e, con il conseguente regime comunista, la vita di Jan subisce una svolta brutale. Nel 1950 inizia a lavorare in tipografia, nel tempo libero dipinge e si appassiona alla fotografia. Nel 1963, colpito dalle immagini di «Family of Man», mostra curata da Edward Steichen, decide di essere fotografo, ma è costretto a una sorta di «clandestinità» fino all’84, quando gli viene riconosciuto il permesso di lavoro in qualità di fotografo e accolto dall’Unione degli Artisti Cechi. Ormai Saudek è una celebrità internazionale, sue mostre hanno girato nei migliori musei e gallerie e i collezionisti hanno arricchito le loro raccolte. Significativi del suo percorso tematico sono proprio gli inizi con la serie «Si può chiamare amore»: riprende solo le persone a lui vicine, parafrasando «The Family of Man», e da sempre i suoi soggetti sono membri della famiglia e amici. Crea tableaux vivants per mettere in scena le sue storie perché ogni singola immagine è davvero un racconto completo. Quando afferma che «ogni singola fotografia non può essere l’apoteosi dell’essere umano. Nel migliore dei casi può diventare una piccola pietra nel muro di un immenso tempio. Una pietra con la quale l’uomo può lodare il suo mondo», esprime il senso del suo lavoro. Ogni immagine è un frammento delle nostre pulsioni, dei segreti desideri, di volontà e fantasie, di rifiuti e adesioni, di deliri e passioni che Saudek costruisce con l’esperienza del proprio vissuto intimo.
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