In cella con il branco: «È stata solo una rissa. Ora abbiamo paura»

Andrea: mi credano o no, io non ho menato

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
VERONA – «Sono venuto perché vorrei capire» dice lo sconosciuto con i capelli bianchi comparso sull’uscio. Andrea Vesentini si distrae da chissà quale pensiero, ha le occhiaie di chi si è fatto più di una notte senza sonno. Guglielmo Corsi, il compagno di cella, si appoggia alla scopa con la quale (scalzo) sta spazzando il pavimento.

Una stretta di mano per Nereo Laroni, il consigliere regionale del Nuovo Psi. E poi Andrea attacca: «Davvero vuole capire? Non è difficile. C’è stata una rissa, un fuggi-fuggi. Che mi credano o no io non ho menato né mani né calci. E non sono un ultras, sono andato allo stadio una sola volta in vita mia. So che a un certo punto mi sono girato, ho visto quel ragazzo per terra che non si muoveva e ho avuto paura. Ho urlato “ragazzi andiamo via”. E siamo scappati. Spero che venga fuori la verità, tutta la verità di questa storia». Verona, carcere di Montorio, cella n. 45 della sezione 1. Andrea e Guglielmo, due dei ragazzi accusati del pestaggio di Nicola Tommasoli (morto due giorni fa per le conseguenze di quell’aggressione), dietro le inferriate rosse della prigione assomigliano più a ragazzini smarriti che a minacciosi neonazisti

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Non c’è spavalderia né rabbia nelle loro parole e sulle loro facce stravolte. Nella sezione accanto, la numero 2, Raffaele Dalle Donne, Federico Perini e Nicolò Veneri (stesso pestaggio, stesse accuse) condividono la cella 21. «Ci guardi. Ma veramente le sembriamo dei naziskin?» chiede Nicolò senza muoversi dal letto a castello sul quale è seduto, in fondo alla cella. Si stringe nella felpa nera e segue il filo dei pensieri: «Nazi… ma quali nazi? Non abbiamo niente a che fare con quelli ». Anche Federico è vestito di nero, ai piedi le Nike. Non si stacca dalla finestra, quasi cercasse più aria per respirare, non dice una parola salvo monosillabi per rispondere che «no», non ha bisogno di nulla. Il volume della televisione quasi copre la sua voce.

È alto per superare il vocio che arriva dalle altre celle, dove ci sono extracomunitari che pregano. «Qui c’è un gran casino. Stavo meglio nell’altra sezione» si lamenta Raffaele, il primo a costituirsi. «Raffa» – 19 anni che sembrano 15, ex chierichetto – spinge gli occhiali sul naso, dà un’occhiata ai due compagni di cella e alza il tono per farsi sentire: «Sono scosso, ho paura». Nessuno usa la parola «innocente », nessuno chiede un libro, un cambio di biancheria, fogli e penna per scrivere. Niente. La sola cosa che desiderano è «chiarire tutto» e tornare a casa in fretta. Guglielmo, maglietta grigia che fa intravedere tatuaggi, dice che quella sera «ci siamo presi a parole, è nata una lite ma non siamo stati noi a provocare… ». È vero che sei un naziskin?, chiede Nereo Laroni. «Non è vero per niente. Conosco gente di Forza Nuova solo perché vado allo stadio». Andrea lo guarda. Come vorrebbe non aver mai messo piede nella curva sud…

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