Tyson è cambiato, un libro e un documentario

«Invece di andare ai party e drogarmi o ubriacarmi come avevo sempre fatto, sto a casa a leggere libri»

WASHINGTON – A 41 anni, «un’età a cui non pensai mai di potere arrivare» dice, Mike Tyson, che amava definirsi «l’uomo più cattivo del pianeta», si è redento. Da 15 mesi, non prende più droghe né alcol. Ha prodotto un documentario su se stesso, sotto la regia di James Toback, che presenterà personalmente al festival di Cannes tra pochi giorni. E ha messo mano a un’autobiografia assieme a Larry Slogan, uno scrittore di Hollywood. «Sono cambiato al punto», ha detto al New York Times, «che oggi, invece di andare ai party e drogarmi o ubriacarmi come avevo sempre fatto, sto a casa a leggere i libri di Tolstoi e Machiavelli».

METAMORFOSI – Una metamorfosi difficile e dolorosa, ammette l’ex campione mondiale di pugilato dei paesi massimi, incarcerato per stupro nel corso della carriera: «Quello che ho visto di me girando il film non mi è piaciuto: la mia violenza, i miei eccessi, il mio rapporto col prossimo». Il ritorno di Tyson, che nel 2003 dichiarò bancarotta dopo avere guadagnato ben 400 milioni di dollari, e che deve somme enormi al fisco, è merito indirettamente di Muhammad Alì, alius Cassius Clay, forse il più grande pugile di tutti i tempi. Alì gli ha prestato il proprio manager finanziario, Harlan Werner, e il proprio figlioccio, Damon Bingham. E questi si sono messi al lavoro per recuperare non solo Tyson l’uomo, ma anche la sua immagine e il suo patrimonio. Sino a ora hanno ottenuto un certo successo: l’ex campione del mondo ha trascorso un anno in una clinica di riabilitazione, e si è stabilito a Las Vegas, dove a 20 anni vinse il titolo.

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//–>DOCUMENTARIO – Nella sua casa, rileva il New York Times, non ci sono trofei né foto, solo libri sui suoi predecessori, da Gene Tunney ad Alì, i suoi modelli «il primo perché colto, il secondo perché nero come me, ma buono». Toback ha girato il documentario per Cannes mentre Tyson era in riabilitazione, frammischiando il racconto della «fuga dall’inferno» dell’alcol e della droga dell’ex campione come la chiama, a spezzoni dei match più celebri. Spiega di averlo mostrato all’attore Warren Beatty e di averlo visto piangere: «È una storia molto umana, di un figlio del ghetto che si smarrisce lungo la strada, una sorta di confessione». In America, molti temono che Tyson abbia una ricaduta, ma il regista e il pugile si conoscono da un quarto di secolo e hanno piena fiducia l’uno nell’altro. «Mike vuole mettere una pietra sul passato», ha concluso Toback. «Intende aiutare gli ex drogati ed ex alcolizzati come fu lui. Spero che il documentario vinca un premio, sarebbe un incentivo straordinario per tutti noi». Al New York Times, Mike è apparso ammorbidito nel carattere e appesantito nel fisico, ma ancora insicuro. Da ragazzo avevo un sogno, ha spiegato l’ex campione del mondo: «Essere in pace con me stesso, godere del rispetto del pubblico, vivere agiatamente». Il sogno figura nel documentario, intitolato semplicemente Tyson. Non so se riuscirò a realizzarlo, ha aggiunto il pugile: «Non posso prometterlo, posso solo tentare di farlo giorno per giorno».

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