Hideo a Milano

Scritto da: Federico Cella

hideo.jpgNon l’avessi visto con i miei occhi miopi non ci avrei creduto: diverse decine, un centinaio almeno di ragazzi in piazza del Duomo a Milano che urlano “Hideo, Hideo!!!” seguito poi da variabili che vanno dal “Bravo bravo” al “Nudo nudo”, come migliore tradizione locale. Fan accaniti di Metal Gear, la saga di videogiochi creata ben 21 anni fa appunto da Hideo Kojima, un signore giapponese di 45 anni che ne dimostra in realtà 25 (lo vedete in foto con uno dei vostri giornalisti preferiti) e che è conosciuto come una delle menti più geniali dei nostri tempi. Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, giusto due ore fa, e di corsa sono tornato in redazione per scriverne un breve resoconto. Premessa: parlassi e capissi il giapponese, non solo come lingua ma anche come cultura, allora l’esperienza sarebbe stata straordinaria. Con la solita interposizione del traduttore, 20 minuti al massimo da dividere con un collega e il filtro non di una ma di due lingue (c’era l’inglese tra il giapponese e l’italiano), la cosa è stata solo bella. Perché io devo ancora capire come mai se alla mia domanda il Maestro impiega circa 5 minuti di giapponese immagino forbito per rispondermi, alla fine la traduzione inglese dura meno di 20 secondi ed esprime a stento un concetto. Differenza di lingue e culture.

L’occasione dell’incontro era ovviamente il lancio di “Guns of patriot“, il quarto e ultimo capitolo della saga del soldato Solid Snake. E che sia l’ultimo ce lo conferma proprio il Maestro. Prima è arrivata la sua claque, tutti rigorosamente in maglietta d’ordinanza MGS4, da cui si è rapidamente staccata la “truccatrice” che con 4 o 5 rapidi tocchi ha reso l’irreprensibile Kojima ancora più irreprensibile: “Dovevo fare qualcosa di nuovo con questo gioco, lo chiedeva la gente ma soprattutto lo pretendevo io da me stesso, ma dovevo anche mettere in scena“, Kojima è senz’altro il più grande regista del mondo dei videogiochi, “il finale della saga. Il nuovo che deve richiamare il vecchio: è stata un’impresa difficile. Che credo però abbiamo reso perfettamente grazie al “battlefield” nel quale abbiamo immerso l’azione, un Medio Oriente molto vicino ai giorni nostri e alle immagini di guerra cui siamo abituati, dove Solid potrà scegliere se agire da solo oppure allearsi con una delle fazioni in gioco” (qui comunque trovate un elenco di tutte le novità, più o meno concettuali).

Dopo qualche battuta con il collega con cui condividevo l’intervista, una vecchia conoscenza, su quanto prossima sarà (o non sarà) l’uscita del film su Metal Gear – “Il progetto è presente e attivo, ma di più non posso dire” -, mi sono messo a parlare con Kojima dell’argomento che mi preme di più: quando e se mai i videogiochi diventeranno una forma di intrattenimento di prima serie, considerata a tutti i livelli alla stregua di cinema, teatro e televisione. E chi meglio del designer di videogiochi più hollywoodiano che ci sia per rispondere?
Sono 20 anni che lavoro per cercare di portare i videogiochi sempre al prossimo livello, per usare un linguaggio consono. Anni di lavoro, dalla bidimensionalità alla grafica 3D, dagli schemi fissi alla complessità cinematografica delle trama, da vivere in prima persona. L’interattività applicata al cinema: ora i videogiochi sono al prossimo livello“, e ci regala un sorriso. Ma quindi i videogiochi verranno presto premiati alla Notte degli Oscar? Ma Kojima non cade su domande così banali: “Gli Oscar no, ci vorrà un premio nuovo. Ma io non so se prima creeranno un premio di tal genere, di tale importanza, oppure se accadrà prima che i giochi diventeranno una parte talmente integrante della nostra vita che poi la presenza del premio verrà da sé, e non gli daremo neanche tutta questa importanza. Comunque vada, questo accadrà entro i prossimi 10 anni“.
Già, intanto i videogiochi in Italia continuano a essere considerati un divertimento per bambini/ragazzi, e anche un divertimento ben poco educativo. “Anche in Giappone è così, gli insegnanti, i genitori dicono di non giocare. E infatti i ragazzi a scuola negano di farlo, perché si vergognano. Ecco, è questo che deve cambiare. Così come era per i manga quando ero piccolo: mi dicevano “Se leggi i manga diventerai stupido”“. E qui le risate si sono sprecate. “Quindi dobbiamo solo aspettare, aspettare che la nuova generazione, quella dei ragazzi che sono cresciuti e stanno crescendo con i videogiochi, diventi adulta, diventi una generazione di medici, di avvocati, di politici. E allora lì si capirà che non è una generazione di stupidi, così come non lo siamo noi che siamo cresciuti con i fumetti“.

Ci salutiamo con affetto, senz’altro più mio che suo, sotto lo sguardo attento di un’hostess di origine sudafricana al cui cospetto il piccolo giapponese sembra quasi sparire, e provo a buttare lì un’ultima domanda: “Cosa mi dice del suo progetto per il Wii?”. Ci ho provato, mi sorride, ma non cede di un millimetro, nessuna anticipazione su “Project S“: “Ora finiamo di lavorare per Metal Gear, progetto titanico che mi ha risucchiato completamente, e poi ne parliamo. Ma un’idea c’è“. Infine gli chiedo se possiamo fare una foto assieme. Non sono un feticista, però incontrare il Maestro mi ha dato un leggero brivido. Da ricordare.

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